I dati sui ricercatori italiani preoccupano sempre di più. Ma è giusto concentrarsi sulla fuga dei cervelli?

Secondo i dati del nono Rapporto Italiani nel Mondo 2014 curato dalla Fondazione Migrantes se in Italia si manterranno gli attuali flussi in ingresso e in uscita, entro il prossimo anno perderemo circa 12.000 ricercatori e ben oltre 30.000 entro il 2020, a fronte di un “import” di sole 3.000 unità.

Altre stime che compaiono nello stesso rapporto disegnano un quadro molto meno pessimistico, con un bilancio certo sempre in perdita ma in forma meno grave: l’emigrazione permanente di ricercatori sarebbe pari al 5% contro una immigrazione permanente del 4,3%, ossia saremmo sì in presenza di un “brain drain” ma di dimensioni non troppo preoccupanti. Altri dati ancora mostrano flussi in ingresso del 3% contro flussi in uscita del 16%, con un deficitstimato del -13%, che non fa onore rispetto ai bilanci nettamente positivi di Svezia e Svizzera (+20%), Regno Unito (+7,8%), Francia (+4,1) e ai pareggi sostanziali di Germania e Spagna (-1%).

Sebbene non ci siano dei dati affidabili per quantizzare in maniera esatta questa fuga di cervelli  si indica l’overeducation – ossia nella eccessiva qualificazione dei giovani rispetto all’offerta attuale del mercato nazionale – la causa del pesante flusso migratorio dei nostri ricercatori.

I dati snocciolati fino ad ora non dipingono un quadro esaltante. La “fuga dei cervelli” resta probabilmente la spada di Damocle sul nostro futuro, ma in in verità non penso sia la cosa di cui preoccuparsi maggiormente. Partiamo dal presupposto che la mobilità dei ricercatori è un bene. Andare all’estero per acquisire nuove competenze è fondamentale. Riportarle nel proprio paese una ricchezza.  Il problema reale quindi non è da indentificare nella fuga ma nel non ritorno. Nell’incapacità del nostro sistema paese di riportare indietro i ricercatori formati e ricchi di nuove competenze.

Diciamoci la verità non siamo capaci di attrarli con offerte vantaggiose o almeno con delle opportunità consone al loro valore e livello di conoscenza.

Questa è secondo me la vera sfida da combattere per portare il bilancio di chi ritorna e reinveste in Italia le nuove competenze acquisite al netto di chi va via.

Via ResearchItaly