Il retaggio dei Neanderthal

E se nel nostro DNA conservassimo un pezzettino di materiale genico dell’uomo di Neanderthal? Questa è stata, forse, la domanda che ha ossessionato la maggior parte dei paleo-antropologi quando, nel 2006, gli scienziati di due centri di ricerca, il Max Plank Institute for Evolutionary Anthropology di Leipzig, in Germania, e il Department of Energy Joint Genome Institute di Walnut Creek, in California, riuscirono per la prima volta a decifrare l’impronta del DNA nucleare estratto da un fossile di 38000 anni fa (rinvenuto in una grotta in Croazia) dell’ultimo antenato dell’essere umano moderno. I due studi, pubblicati dai distinti gruppi di ricerca rispettivamente su Nature e su Science, hanno segnato una svolta per le conoscenze relative all’uomo di Neanderthal.

Prima di allora le uniche informazioni su base genetica disponibili provenivano, infatti, dal sequenziamento del DNA mitocondriale (mDNA) di 12 ominidi di Neanderthal. A differenza però del DNA nucleare, che è trasmesso da entrambi i genitori, l’mDNA è trasmesso alla prole solo per via materna e non è in grado di rivelare con certezza se vi è stato un incrocio tra l’Homo sapiens e l’Homo neanderthalensis.

Non solo, i dati provenienti dalle ricerche sul DNA mitocondriale non erano, comunque, totalmente attendibili perché non privi di errori (dovuti alla degradazione dei campioni). Si dovrà aspettare il 2008, perché i ricercatori del Max-Planck Istitute for Evolutionary Anthropology di Lipsia (Germania) riuscissero a sequenziale completamente e senza errori, grazie all’ausilio di nuove tecniche, l’mDNA di un Neanderthal di 38mila anni fa. Lo studio pubblicato su Cell, contribuì a chiarire alcune questioni ancora aperte sulla storia evolutiva dell’Homo neanderthalensis, ma non del tutto sull’ipotesi di relazioni che questo ebbe con Homo sapiens. I ricercatori e molti studiosi, fino a prova contraria, ritenevano che le due specie fossero comunque rimaste geneticamente separate sebbene avessero convissuto negli stessi territori per migliaia di anni.

A suffragare queste ipotesi, inoltre, contribuiva uno studio del 2006 condotto, ancora una volta, al Max-Planck Istitute for Evolutionary Anthropology di Lipsia (Germania). Un gruppo di ricercatori, infatti, dopo aver sequenziato un lungo segmento di DNA nucleare dell’uomo di Neanderthal, avevano evidenziato che il codice genetico del cromosoma Y sembrava differenziarsi sia dal nostro che da quello degli scimpanzé, più di quanto non avvenga per altri cromosomi. La ricerca, poteva spiegare lo scarso mescolamento tra le specie.

A mettere la voce fine alla vexata quaestio se le due specie si fossero mai incrociate dando origine ad una prole fertile, arrivò uno studio pubblicato nel 2008 da un gruppo di ricercatori italiani. Secondo la ricerca, un uomo anatomicamente moderno (Cro-Magnon) proveniente dalle regioni del sud-est si diffuse in Europa e, dopo aver soppiantato i Neanderthal, (dati per estinti intorno ai 30.000 anni fa) diede origine ai Sapiens.

Un recente studio però, condotto al Max-Planck Istitute for Evolutionary Anthropology di Lipsia (Germania), ormai ago della bilancia nel campo delle ricerche sull’uomo di neanderthal, ha cambiato, però, le carte in tavolo. La ricerca, pubblicata sulle pagine del Science è chiara: una quantità che varia tra l’1 e il 4% del nostro Dna sarebbe frutto dell’incrocio tra le popolazioni di Homo sapiens e quelle di Homo neanderthaliensis. Lo studio è stato condotto grazie alla ricostruzione del 60% del genoma nucleare – poi confrontato col genoma di 5 persone (un cinese, un francese, un abitante della Papua Nuova Guinea, uno dell’Africa del Sud e uno dell’Africa Occidentale) – di  tre donne Neanderthal, i cui resti sono stati nella cava di Vindija in Croatia. I risultati hanno dimostrato che geni “neanderthaliani” sono presenti nell’europeo, nell’asiatico e nell’abitante della Papua Nuova Guinea, mentre non ve n’è traccia nei due africani. Inoltre, La comparazione ha anche permesso di stabilire che l’interbreding tra Sapiens e Neanderthal è avvenuto tra 45.000 e 80.000 anni fa e probabilmente non in una sola occasione. Gli esperti hanno ipotizzato che Neanderthal e Homo sapiens (partito dall’Africa), si siano incontrati, e qui incrociati, in Europa e Asia Occidentale: ciò spiega perché vi sono tracce di Neanderthal solo nel Dna di europei e asiatici di oggi ma non nel Dna degli africani

L’intera ricerca si colloca nell’ambito del Progetto Genoma Neanderthal partito nel 2006 e coordinato da Svante Paabo, ricercatore del tedesco Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia. Lo stesso Paabo, che aveva partecipato attivamente a molte ricerche tenutesi sul tema all’istituto di ricerca tedesco, nel 2008 in occasione della ricerca in cui si era riusciti a sequenziale il primo tratto di DNA mitocondriale senza errori, aveva più volte palesato la forte possibilità d’incrocio e di generazione di prole fertile fra le due specie seppure non aveva incontrato un forte consenso nella comunità scientifica.

La questione, comunque, è ben lontana dall’essere definita chiusa e se l’Homo neandertalensis si sia realmente incrociato con l’homo sapiens resta un mistero; uno dei tanti che circonda la figura dell’ultimo antenato dell’uomo moderno. Una cosa, però, è certa se la storia potesse essere riscritta secondo le conoscenze di cui oggi predisponiamo, sicuramente le cose sarebbero andate in maniera differente. Da un punto di vista ideologico, per esempio, che sostegno avrebbero ricevuto tutte le derive xenofobe, basate sul concetto di superiorità della razza, se avessimo saputo che fino al 4% del DNA del ceppo indio-europeo (spesso tanto decantato) è “inquinato” dal DNA neandertaliano? E paradossalmente, cosa sarebbe successo se fosse stato di pubblico dominio che il ceppo “puro” è quello africano?