Investire in ricerca per migliorare la qualità della vita

Pubblico l’intervento fatto da Luigi Nicolais presidente del Cnr, in occasione dell’XI Congresso delle libertà civili promosso dall’associazione ‘Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica’, svolto a Roma dal 19 al 21 settembre scorsi. Interessanti alcuni aspetti che inserisco in grassetto. 

La scienza è tra le più alte e nobili forme di solidarietà umana, avanza e si propaga grazie al libero confronto. In Italia, la libertà della ricerca e del suo insegnamento sono diritti costituzionali. Uno degli ispiratori di questo principio fu Gustavo Colonnetti, presidente del Cnr dal 1944 al 1947, il quale contribuì, con un suo intervento alla costituente nella seduta del 18 aprile del 1947, alla stesura degli articoli 33 e 34 della Costituzione. Articoli che gettano, con acuta e illuminata lungimiranza, le basi del sistema scolastico all’interno dello Stato italiano e ne affermano la libertà e la tutela.

L’esigenza dei padri costituenti era quella di garantire la libertà, la tenuta e la crescita democratica del Paese attraverso l’istruzione e la formazione.

A distanza di poco più di sessanta anni si è perso parte di questo slancio. Oggi il diritto alla formazione, la libertà della ricerca vivono una stagione di disagio, sia per problemi economici, sia perché si è fatta strada un’idea di società e di successo sociale non sempre coerente con la valorizzazione e il riconoscimento delle competenze. Ciò crea disagio e problemi anche al futuro della ricerca, perché ne mina in un certo senso la libertà e ne altera i tempi.

I saperi hanno bisogno di tempo, hanno bisogno di essere metabolizzati, discussi, confrontati, verificati. Importare nel mondo della ricerca un modello deviato di successo sociale impedisce alla stessa di esprimersi adeguatamente e a livelli qualitativi alti. Non è secondario che siano aumentati gli errori e i plagi, ragion per cui è stato istituito un Comitato per l’etica della ricerca e la bioetica. La fretta, il dover bruciare i tempi per accedere prima di altri ai sempre più ridotti finanziamenti, indebolisce la libertà e la credibilità della ricerca al pari dei cosiddetti divieti preventivi dettati da norme e credi. Per cui un diritto affermato tende a, o meglio rischia di, diventare negato.

Analogamente nella tecnologia. Oggi, la sfida è garantire a tutti parità di accesso e uso delle tecnologie. La complessità e la quantità di conoscenze che ogni oggetto quotidiano contiene, la rapida obsolescenza dei prodotti tecnologici, sta cambiando profondamente il nostro rapporto con la tecnologia e la sua funzione all’interno della società e della sfera dei diritti. Oggi si rischia di essere marginalizzati per analfabetismo tecnologico; per l’emergere di forme diverse di disabilità e di esclusione, ma anche di organizzazione e presenza sociale. Da qui l’esigenza di sapere e sapere usare, e quanto poi questa necessità si configuri come un diritto al sapere.

Inoltre, la scienza non è più una ‘professione liberale’ praticata da un numero ristretto di curiosi – né la ‘big science’ del dopoguerra saldamente nelle redini dei governi nazionali – ma è una complessa impresa che coinvolge grandi gruppi di ricerca internazionali, e in cui gli annunci di scoperte scientifiche possono far schizzare alle stelle le quotazioni di aziende private. L’orizzonte temporale delle conseguenze delle scoperte e delle innovazioni sfugge alla stessa portata del singolo ricercatore.

Diventa, poi, fuorviante parlare di orizzonte geografico in tempi di globalizzazione della ricerca. In questo contesto alcune scelte politiche nazionali sono destinate a perdere progressivamente efficacia, come ad esempio il porre dei limiti normativi ad alcune attività di ricerca quando le stesse sono incoraggiate o diversamente normate da Stati limitrofi.

Occorre cambiare prospettiva, ragionare in termini più ampi e realizzare lo spazio europeo per la ricerca. Uno spazio che non è soltanto un obiettivo programmatico, ma un articolato processo di integrazione, armonizzazione e coordinamento di regole, procedure, risorse e investimenti.

Purtroppo puntiamo a questo obiettivo con zavorre e contraddizioni, su cui fortunatamente a partire dall’ultimo triennio si iniziano a registrare volontà e impegni più incisivi. Il mondo scientifico italiano paga per i bassi investimenti pubblici e privati in ricerca. Nonostante gli sforzi rispetto agli ultimi anni e l’avvicinamento all’1,3% del PIL siamo ventottesimi, molto al di sotto della media europea (1,9%) e di quella Ocse (2,4%), staccatissimi da Paesi che hanno scelto con decisione di puntare sul futuro come la Germania (3%), il Giappone (3,4%), la Finlandia (3,8%), la Corea (4%) e Israele, che svetta con uno stratosferico 4,4%: quasi il quadruplo di noi. Ciononostante, la qualità della produzione scientifica nazionale è valida e internazionalmente competitiva.

I ricercatori italiani pur essendo solo 4,3 ogni mille occupati (gli europei sono mediamente 7 cioè quasi il doppio, i tedeschi 8,1, i francesi 9, i portoghesi 9,9, i danesi 13,4 e i finlandesi addirittura 16) sono ottavi al mondo per articoli sulle riviste che contano (un settimo di quelli statunitensi pur avendo gli americani una dimensione enormemente più grande). Le nostre strutture di ricerca sono mediamente di buon livello. Così, se il Cnr svetta con la sua quarta posizione tra i primi 20 atenei e istituti di ricerca europei, il 37% delle nostre università si posiziona tra le prime 500 mondiali contro il 41% di Germania, il 32% del Regno Unito, il 25% di Francia e 16% di Spagna (Academic Ranking of World Universities). Questa collocazione è dovuta anche al dato che negli anni – al di là delle criticità del sistema – si sono sviluppate, più che isolati casi di eccellenza, un gran numero di istituti di buona qualità. Ciò anche per le esigenze e le caratteristiche culturali, sociali politiche ed economiche del Paese. Ma, particolare non secondario, a parità di spesa per la ricerca universitaria, quelle italiane producono più articoli e ricevono più citazioni di Germania, Francia e Giappone.

In tale contesto, aiuterebbe una decisiva azione di semplificazione e un maggior coordinamento. Oggi, ad esempio, i sistemi di accesso ai finanziamenti, regionali e nazionali costituiscono un’opportunità che invece di agire in termini di complementarietà e sussidiarietà, anche con i bandi comunitari, amplificano la concorrenzialità, prevedono diverse procedure di partecipazione e gestione dei progetti, per cui si creano non poche difficoltà. Occorrerebbe intervenire con più decisone sulla filiera dell’innovazione per incentivare ed agevolare l’investimento privato in ricerca, favorire la nascita di nuova impresa hi-tech, la crescita occupazionale e la competitività economica del Paese. Andrebbe sostenuto un nuovo modello di governance del rapporto ricerca – sistema produttivo; ripensato il pacchetto degli strumenti fiscali agevolavi e incentivanti gli investimenti privati, proposto un insieme coerente di strumenti, finanziari, fiscali e normativi, specifici per gli spin off.

La competitività scientifica internazionale ha ormai assunto dimensioni e numeri da guerra. E la guerra, come ricorda sempre Umberto Veronesi parlando di ricerca, la vincono i giovani.

I nostri ricercatori sono in maggioranza precari e hanno mediamente 49 anni. Poco più di sette anni fa una indagine del ministero dell’Università della ricerca sulla base dei codici fiscali accertò che su 18.651 docenti di ruolo nei nostri atenei, quelli con meno di 35 anni erano 9: lo zero virgola zero cinque per cento. Al contrario, quelli con più di 65 anni erano 5.647: quasi un terzo. In questi anni di mancato turn over e di blocco di assunzioni si è anche assistito a una esplosione della precarizzazione e a una perdita secca di competenze e professionalità: non solo quindi una fuga (brain drain), ma anche una mancata valorizzazione e dispersione di intelligenze (brain waste) che non trova riscontro in alcun paese europeo. Perdite secche che impoveriscono non solo le istituzioni di ricerca, ma l’intero Paese.

Sarebbe auspicabile lanciare un piano straordinario di assunzioni e di potenziamento delle infrastrutture di ricerca. Noi tutti siamo consapevoli delle difficoltà attuali, ma è soprattutto nei periodi di crisi che occorre avere il coraggio di investire nella ricerca e nella formazione.

Come sosteneva con lucida convinzione il fondatore del Cnr nel 1923, Vito Volterra, “l’entusiasmo e il genio da soli non bastano. Il genio non può distendere le ali, l’entusiasmo non può prendere il suo slancio se i mezzi di studio non corrispondono alle esigenze della scienza moderna e se non si provvede a creare un ambiente nel quale possano formarsi sin dai giovani anni i nuovi cultori delle discipline scientifiche”. Siamo fiduciosi che questo Governo saprà fare proprie le aspettative e i bisogni della comunità scientifica perché la scienza è il più efficace strumento per la ricostruzione nazionale: guarda lontano, attrae e mobilita i giovani, parla al mondo, ci rende protagonisti e partecipi del suo futuro.

Investire in ricerca, favorirne l’eccellenza è una scelta politica che tutela e valorizza le istituzioni democratiche, permette una miglior qualità della vita e assicura una più consapevole libertà di scelta.

Via CNR news