La scienza in TV non gode di buona salute

Giovanni Carrada, autore di SuperQuark condotto da Piero Angela, si occupa di comunicazione della scienza e della tecnologia dal 1989. Attualmente consulente scientifico dell’edizione italiana del National Geographic, collabora con la società Mizar alla progettazione di mostre e musei a carattere divulgativo. Tra le altre cose è autore di diversi libri fra cui “Comunicare la scienza. Kit di sopravvivenza per ricercatori? (Sironi, 2005), “La preistoria dell’uomo. Dalle origini al Neolitico? (La Biblioteca Junior, 2007), “I miti dell’alimentazione? con Carlo Cannella (Tea, 2004) e “La scienza dell’amore? con Emmanuele Tannini (Baldini Castaldi Dalai, 1999).

A lui abbiamo chiesto lo stato della scienza.

  • Com’è lo stato di salute della scienza sulla tv generalista italiana?

Non buono. SuperQuark compie quest’anno quindici anni e se li porta anche bene, sia in termini di qualità che di ascolti. Ma è “relegato” all’estate. E soprattutto, con l’eccezione dell’occasionale puntata scientifica di Ulisse e delle trasmissioni mediche, è praticamente solo. Ci sarebbe invece bisogno e spazio per altri programmi pensati per pubblici e sensibilità diversi, come anche per programmi di attualità scientifica, capaci di stare sulla notizia, che sono del tutto assenti.

  • Quali sono i motivi che hanno spinto le tv generaliste a investire sempre meno nel prodotto d’intrattenimento scientifico?

Confesso di non essere mai riuscito ad afferrare fino in fondo le logiche delle grandi reti. Detto questo, credo che questo stia avvenendo per inadeguatezza culturale e “morale”, nel senso che come la scienza, tutta la cultura e tutto ciò che insegna alla gente a pensare e la spinge a farlo  trova poco spazio. Comunque, non bisogna dimenticare che fare una trasmissione di intrattenimento scientifico in grado di reggere la prova dell’Auditel non è affatto facile.

  • E’ cambiato il modo di fare scienza in tv negli ultimi anni?

Nel mondo, moltissimo. Noi, che in passato abbiamo innovato moltissimo, oggi seguiamo più lentamente. La novità più importante è a mio avviso la contaminazione fra il genere del documentario e quello della fiction, il cosiddetto docudrama, che offre la possibilità di raccontare storie di scienza più coinvolgenti, anche dal punto di vista visivo. Ci mancano però da una parte l’informazione giornalistica sulla scienza e sulla tecnologia, quella fatta da giornalisti specializzati, e dall’altra l’intrattenimento scientifico molto leggero, diffuso con ottimi risultati in Francia e Inghilterra, dedicato soprattutto ai ragazzi.

  • Non c’è il rischio di banalizzare la scienza per piegarla alle logiche dell’audience?

Questo rischio c’è sicuramente, perché non è facile fare audience e non banalizzare i contenuti. Ma è anche vero che l’Auditel impone a chi fa televisione una straordinaria disciplina positiva, perché lo obbliga a interessare e farsi capire dal maggior numero possibile di persone. Il rischio di una trasmissione culturale senza Auditel è quello di scivolare rapidamente verso l’elitismo e l’incomprensibilità.