Xylella e la ricerca italiana sotto accusa, ma di chi è la colpa?

Ancora una volta la scienza in Italia è sotto attacco. Mentre la questione Stamina sembra essersi chiusa dopo essere stata bocciata senza appello, dalla Cassazione e definita come una “cura” non scientifica e pericolosa, un altro fronte caldo si sta aprendo proprio in questi giorni. Avrete sicuramente letto della Xylella un batterio tipico delle Americhe responsabile di una malattia delle piante che stava colpendo numerosi ulivi pugliesi. I danni economici dovuti a questo batterio sono enormi, basti pensare che a fine maggio la regione Puglia ha annunciato lo stanziamento di 2 milioni di euro di fondi per studiare e monitorare meglio il problema.

Il punto è che negli ultimi mesi i ricercatori, gli stessi che stanno da due anni cercando di risolvere il problema,  sono stati anche accusati da diversi movimenti locali di avere introdotto loro stessi il batterio e di averne favorito la diffusione con le loro ricerche.

In seguito alle segnalazioni, l’autorità giudiziaria ha comunque avviato un’indagine per appurare le eventuali responsabilità dei ricercatori, cosa di cui si è parlato molto in Italia, soprattutto all’inizio di maggio quando sono state eseguite perquisizioni di computer e documenti presso l’Università di Bari, l’IPSP e in altri centri di ricerca secondari. A metà maggio sono stati sequestrati documenti anche presso la sede del ministero dell’Agricoltura a Roma, mentre lo IAMB ha volontariamente fornito altra documentazione.

Il fatto è stato ripreso sul numero di questa settimana di Nature, una delle più importanti riviste scientifiche al mondo, che racconta la vicenda in un articolo dal titolo molto pragmatico:   “Scienziati italiani calunniati in seguito alle morti degli ulivi”.

L’articolo di Nature racconta che nei primi tempi le misure suggerite dai ricercatori pugliesi – che comprendevano lo sradicamento, la distruzione delle piante contaminate e l’utilizzo di pesticidi per tenere alla larga gli insetti – furono osteggiate dai proprietari degli uliveti:

Ma i problemi per gli scienziati pugliesi iniziarono nell’aprile del 2014, quando alcune persone dissero alle autorità di sospettare che l’epidemia fosse stata causata da alcuni batteri portati dagli scienziati dalla California per un corso di formazione in Europa sulla Xylella presso l’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari (IAMB) organizzato nel 2010.
Gli scienziati si sono difesi dicendo che si tratta di un’accusa assurda, perché il ceppo di Xylella trovato in Puglia è diverso da quello usato per quel corso di formazione; la teoria più diffusa è che l’infezione sia stata causata in seguito al trasporto in Italia di alcune piante ornamentali provenienti dalla Costa Rica, il cui ceppo batterico di Xylella corrisponde a quello pugliese.

Nature spiega di essersi messa in contatto con la procura per avere ulteriori informazioni, che però le sono state negate. Nell’articolo si dà anche conto di un’intervista con uno dei magistrati che sta seguendo l’inchiesta, Elsa Valeria Mignone, data a Famiglia Cristiana, nella quale si alludeva al fatto che la diffusione della Xylella potesse essere responsabilità dei ricercatori e che ci potessero essere altri interessi in ballo, per esempio quelli delle aziende per la produzione di energia solare, alla ricerca di nuovi spazi per i loro impianti e quindi favorevoli alla riduzione degli uliveti.

Il 12 maggio l’Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie (AISSA) ha diffuso un comunicato nel quale ha espresso la sua solidarietà ai ricercatori pugliesi per il caso Xylella:

Se quella che viviamo fosse una storia di fantascienza, potremmo pensare che scienziati infedeli stiano tramando contro l’olivo del Salento, ma poi nel finale arriverebbero gli scienziati veri, quelli che hanno attendibilità scientifica e montagne di pubblicazioni, a salvarci dai deviati. Purtroppo il sequestro ha riguardato proprio i nostri, i ricercatori veri, quelli che tutti i giorni lavorano con tanta dedizione nei nostri laboratori: quindi ora chi ci salverà dai propagatori di notizie non provate, dai dietrologi, dai portatori di pregiudizi?

L’articolo di Nature ricorda anche che negli ultimi mesi i ricercatori pugliesi hanno avuto contro parte dell’opinione pubblica, citando tra gli altri il caso controverso di Peacelink, organizzazione non governativa che aveva segnalato alle autorità europee la possibilità che la causa dell’epidemia degli ulivi non fosse dovuta alla Xylella, ma a un fungo che poteva essere eliminato senza distruggere gli alberi: “una commissione di esperti dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha smentito queste ipotesi con un rapporto scientifico pubblicato ad aprile”.

Nonostante le difficoltà e le inchieste, i ricercatori stanno comunque lavorando per capire meglio la malattia degli ulivi e come si diffonde la Xylella, studio indispensabile per capire come fermarla. A fine maggio la regione Puglia ha annunciato lo stanziamento di 2 milioni di euro di fondi per studiare e monitorare meglio il problema. In alcune zone in provincia di Lecce il batterio è ormai endemico e sarà quindi impossibile eradicarlo, ma queste aree potranno essere usate come laboratori a cielo aperto per studiare il fenomeno.

C’è comunque un altro fronte che invece di mettere sotto il mirino gli scenziati, accusano le case farmaceutiche. La presenza del patogeno, considerato tra le cause della moria di alberi, “presenta aspetti che potrebbero andare oltre la fatalità”, lo dice Gian Carlo Caselli, ex procuratore capo di Torino e presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura.

Secondo questo nuovo fronte che Xylella sia stata importata è un fatto, come pure che in questa storia paiono esserci tutti i presupposti di una guerra chimica o batteriologica. Di fatto nelle grandi multinazionali oramai la guerra non si combatte più in un consiglio di amministrazione, ma con atti atroci di terrorismo e bombardamenti di intelligenza sopraffina che riducono a deserto i deserti. Una fantasia? Mica tanto, almeno a leggere gli studi fatti nel 2008 dalla rete europea di batteriologi, costituitasi nell’ambito dell’iniziativa COST 873:

“Di tutte le specie batteriche elencate, solo Ca. Liberibacter spp. e Xylella fastidiosa, entrambi patogeni per gli agrumi, potrebbero essere considerate tali da soddisfare i criteri proposti per le armi biologiche. E se l’ulivo, si sa è pianta protettissima, il cui abbattimento è legato da vincoli di legge spesso insuperabili, chi ha interesse ad estirparli prima del tempo per poter realizzare tracciati che richiederebbero autorizzazioni senza fine?”