Open Access e Open Science: l’intervista ad Elena Giglia

Condivido un’interessante intervista ad Elena Giglia, responsabile dell’Unità di progetto Open Access dell’Università di Torino, pubblicato sull’ultimo numero di APRE Magazine. Si parla di Comunicazione Scientifica e Open Access, alcuni degli elementi fondamentali dell’Open Science. Nell’ottica delle future implementazioni previste in FP9 e del ruolo sempre più centrare della Scienza Aperta nel prossimo e nell’attuale programma quadro,  quest’articolo è quanto mai attuale.

Alla luce dei risultati presentati dalla Commissione europea, cerchiamo di capire prima di tutto, con la Dott.ssa Giglia, che cosa non funziona nell’attuale sistema della comunicazione scientifica?

Direi che il sistema nel suo complesso presenta alcune “disfunzioni croniche”. Tecnicamente, gli editori si sono limitati a riprodurre sul web le riviste di carta, senza sfruttare appieno la tecnologia che invece permetterebbe ad esempio di scrivere in modo collaborativo o usare macchine per leggere ed estrarre concetti in pochi secondi. I tempi medi di pubblicazione di un articolo scientifico sono rimasti di 9-18 mesi: ha senso nell’era del web in cui un blog post viene letto istantaneamente? Ma oltre a tecniche obsolete si sono perpetuate altre storture. Non tutti sanno che un autore,
quando pubblica un libro accademico o un articolo su una rivista non riceve alcun compenso economico; ciò che si aspetta è il riconoscimento da parte della comunità scientifica per la condivisione delle sue scoperte. Eppure, gli editori commerciali hanno profitti enormi – intorno al 38%, quando case farmaceutiche sono al 40%…ma pagano la materia prima. In più, 5 editori si spartiscono oltre il 50% del mercato, creando di fatto una situazione di oligopolio, che non è mai positiva perché regole e prezzi sono dettati da pochi.
Un altro paradosso sta nel fatto che ogni università nel mondo paga la propria ricerca quatto volte: stipendia il ricercatore; finanzia la ricerca; una volta che questa viene pubblicata deve “ricomprarla” pagando abbonamenti alle riviste – nel mio ateneo, oltre due milioni l’anno -; infine, se i ricercatori vogliono riutilizzare quanto loro stessi hanno pubblicato, devono pagare diritti di riuso perché gli editori si fanno cedere il copyright. Sulle cifre incassate invece dagli editori nulla si può sapere in virtù di clausole di riservatezza fatte firmare a chi negozia le licenze a livello nazionale. Continue reading “Open Access e Open Science: l’intervista ad Elena Giglia”